Mio zio Gustavo è morto l’altro ieri. Mi mancherà, mi piaceva passare da lui in certi pomeriggi uggiosi di nuvole basse e vento sporco a parlare di razze di cani, sorseggiando bicchieri di vino alsaziano. Eppure oggi l’ho incontrato alle poste. Era perfetto, non sembrava un cadavere. Così gli faccio: “Zio! Ma che ci fai qui?” Lui mi guarda e mi dice:“Tu piuttosto non fare la cazzata di crepare, laggiù è un mortorio”. Allora, se non ci possiamo più fidare neanche dell’al di là per divertirci con gli ungulati tantrici, le diavolesse infiammate e le notti sulfamidiche del travaglio mistico, meglio succhiarcela fino in fondo questa benedetta vita. Quindi vaffanculo la parola FINE e ricominciamo a vivere da quattro letterine più pregne e sgocciolanti rime e immagini d’assurdo. ABAB è la risposta, anche quando vi domanderete “Ma questa mia esistenza è incastonata in un progetto funzionale o veleggia nell’aria come una sottile carta velina trasportata da un vento incerto e sulfureo?”